In Bosnia, a partire dal 1992, scoppia una guerra civile estremamente violenta, tra croati, musulmani e serbi. Questi ultimi si oppongono alla decisione indipendentista di croati e musulmani, proclamando il 7 aprile la Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina. Tuttavia nel referendum che si tiene tre giorni dopo, il 64% dei bosniaci vota per l’indipendenza. I serbi bloccano Sarajevo con le barricate: il presidente della Repubblica Izetbegovic, di religione musulmana, dispone l’intervento dell’esercito perché faccia da garante. Ma ormai la guerra civile incombe: Karadzic, capo dei serbi, dichiara che i suoi uomini si opporranno con ogni mezzo all’indipendenza. In aprile, la CEE riconosce la Bosnia-Erzegovina, mentre divampa la guerra civile: Sarajevo è assediata. Dopo la CEE, anche gli Stati Uniti riconoscono l’indipendenza della Repubblica bosniaca, contestualmente al riconoscimento di Croazia e Slovenia, da tempo atteso. Il 27 aprile, a Belgrado, viene proclamata la nuova Federazione Iugoslava, composta da Serbia e Montenegro, che però nessuno riconosce come Terza Jugoslavia. Qualche giorno dopo arrivano 14.000 Caschi blu dell’ONU che si dislocano nei territori contesi, tra Croazia e Serbia: il comandante, il generale indiano Nambiar, stabilisce il proprio quartier generale a Sarajevo. In seno all’Armata federale, intanto, dopo numerose epurazioni avutesi sin dall’inizio del conflitto, cadono ancora 38 teste: capo di Stato maggiore diventa Panie, in sostituzione di Adzic. Ora l’esercito è composto esclusivamente da panserbi. A Sarajevo la situazione si fa insostenibile. I bombardamenti si intensificano: una pallottola sfiora il presidente Izetbegovic, mentre Croce Rossa, CEE e ONU lasciano la città. La popolazione, allarmata, opera un esodo in massa: un convoglio lungo circa dieci chilometri, composto da autobus e migliaia di autovetture, si dirige a Spalato, in Dalmazia. Le persone sono circa 7000, composte perlopiù da donne, vecchi e bambini. La carovana viene presa in ostaggio dai serbi: verrà rilasciata dopo due lunghi giorni di estenuanti trattative, ma non mancano violenze ai danni dei malcapitati. In Italia, intanto, giunge circa un migliaio di profughi bosniaci. Secondo l’Alto commissario per i rifugiati delle Nazioni Unite, sono circa un milione e mezzo i profughi della ex Jugoslavia, di cui 615.000 della sola Bosnia, dove le vittime ammontano già a 20.000, il triplo di quelle della guerra di Croazia. Il 30 maggio, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota l’embargo totale, ovvero petrolifero, commerciale e aereo, contro Serbia e Montenegro, la nuova Federazione Iugoslava, che viene anche esclusa dai Campionati europei di Calcio e dalle Olimpiadi, a cui parteciperanno invece Croazia e Slovenia. A Belgrado scendono in piazza migliaia di studenti che chiedono le dimissioni del presidente serbo Milosevic e la formazione di un governo di salute pubblica, mentre le milizie irregolari serbe attaccano un convoglio di Caschi blu dell’ONU. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per consentire la riapertura dell’aeroporto di Sarajevo e costituire un ponte aereo per gli aiuti umanitari alla popolazione, assediata da oltre tre mesi, lancia un ultimatum contro la Serbia, imponendole di sospendere l’assedio della città entro 48 ore. Intorno ai limiti della scadenza, subito dopo la partenza del presidente francese Mitterand, che era andato a Sarajevo per una visita di solidarietà nei confronti del popolo bosniaco, i serbi annunciano il ritiro dall’aeroporto, che verrebbe lasciato sotto il controllo delle Nazioni Unite. Nello stesso giorno, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decide l’invio di 850 soldati, allo scopo di garantire la riapertura dell’aeroporto, che due giorni dopo, infatti, quando arrivano i soldati e ne prendono possesso, è pronto per il ponte aereo. In luglio, a sostegno delle forze di pace dell’ONU, il presidente Bush invia in Adriatico sei unità della Sesta flotta, mentre il presidente della nuova Federazione, Cosic, affida l’incarico di Primo ministro a Panie, un ricco uomo d’affari americano di origini serbe, che si dice convinto di poter fermare la guerra in Bosnia in 100 giorni. Nello stesso mese, il capo politico delle milizie croate proclama la nascita di un raggruppamento croato dell’Erzegovina, che la presidenza bosniaca si affretta a dichiarare illegittima. Intanto le diplomazie internazionali, intensificando la loro azione, fanno sì che i capi delle tre fazioni in lotta (croati, serbi e musulmani), firmino a Londra una tregua di 14 giorni, che però viene solo parzialmente rispettata, mentre il neo primo ministro jugoslavo Panie incontra a Sarajevo il presidente bosniaco, al quale illustra un piano di pace, consistente nella deposizione delle armi pesanti delle parti in lotta nelle mani del capo dei Caschi blu. Si arriva ad agosto con un nulla di fatto. I bombardamenti riprendono in maniera massiccia su Sarajevo. Un autobus carico di bambini viene colpito: due rimangono uccisi. È il 4 agosto: i funerali si svolgono in un clima di estrema costernazione, ma alcuni cecchini serbi sparano sui parenti delle vittime, ferendone diversi. Non c’è posto per la pietà umana in Bosnia. Quello stesso giorno, un’artiglieria spara contro un aereo italiano che stava per decollare: aveva appena scaricato delle provviste, inviate a scopo umanitario. Ciò induce l’ONU a sospendere per tre giorni le operazioni di soccorso. Orrore e indignazione in tutto il mondo per migliaia di civili internati nei lager serbi: le Nazioni Unite esigono che si consenta alla Croce Rossa di ispezionarli, mentre gli Stati Uniti chiedono nuove sanzioni contro la Serbia e sollecita un’indagine che accerti eventuali crimini di guerra. Il Papa invita tutti i Paesi membri dell’ONU a intervenire contro le stragi in Bosnia, affermando il diritto-dovere di intervento degli Stati «per disarmare chi vuole uccidere». Le pressanti reazioni internazionali sembrano scuotere il governo serbo, che autorizza la Croce Rossa a ispezionare i lager situati in Bosnia, mentre l’ONU approva una risoluzione che consente l’uso «umanitario» della forza per porre termine all’assedio serbo a Sarajevo, e un’altra risoluzione per consentire ai commissari dell’ONU o alla Croce Rossa di ispezionare i campi di prigionia. Sempre ad agosto, il governo inglese mette a disposizione dell’ONU un contingente di 1800 uomini per le operazioni di soccorso in Bosnia. Pochi giorni dopo, anche il governo italiano autorizza l’invio di un contingente, nonostante alcune perplessità. Prima della fine di agosto si tiene a Londra una Conferenza sulla Jugoslavia, durante la quale la comunità internazionale inasprisce il tono degli avvertimenti alla Serbia, che finalmente si dice disposta ad accettare un nuovo cessate il fuoco, impegnandosi inoltre a consegnare l’artiglieria pesante all’ONU e a chiudere i lager. Due giorni dopo, anche l’Unione Europea Occidentale decide di inviare in Bosnia un contingente di 5000 soldati, tra cui 1200 italiani, in aiuto dei convogli umanitari. A settembre i bombardamenti si intensificano. Un aereo militare italiano viene abbattuto da due missili terra-aria, mentre era in volo da Spalato verso Sarajevo con un carico di aiuti umanitari: i quattro membri dell’equipaggio rimangono uccisi. Il rapporto consegnato a Ginevra dal nostro Ministero della Difesa alimenta forti sospetti nei confronti di musulmani e croati. La morte dei quattro piloti suscita grande commozione nel popolo italiano, che sembra rendersi conto soltanto ora della tragedia che va consumandosi nella ex Jugoslavia, una terra a uno scoppio di fucile da noi nella quale spesso andavamo come turisti. Ma là guerra continua. L’aeroporto di Sarajevo è di nuovo chiuso al traffico. I serbi sparano contro un convoglio dell’ONU, uccidendo due Caschi blu francesi. Croazia e Slovenia chiedono alle Nazioni Unite di escludere i soldati italiani dai convogli umanitari, in quanto appartenenti a Forze armate di Paesi confinanti che durante la seconda guerra mondiale occuparono territori jugoslavi. Il 16 settembre 1992 la nuova Federazione Iugoslava viene espulsa dall’ONU, poiché l’Assemblea non ritiene legittimo che la federazione serbomontenegrina si sostituisca automaticamente alla disciolta Jugoslavia. Essa potrà chiedere di essere ammessa soltanto a pacificazione avvenuta dell’intera regione balcanica. Le ragioni dell’Assemblea sono inoppugnabili. Probabilmente, ciò ha fatto un po’ riflettere i capi delle tre litigiosissime fazioni in lotta: un Paese non può dirsi tale se non appartiene alla Comunità internazionale, specialmente se gli abitanti del medesimo pensano di uccidere migliaia di donne e bambini e non ritenersi delle bestie. Non può dirsi Paese una terra dove ci sono cecchini appostati che sparano su delle persone che piangono mentre accompagnano al cimitero i loro bambini uccisi, una terra dove la gente ammazzi anche chi va a portarle da mangiare e le coperte per coprirsi dal freddo. Sul ciclo della Bosnia comincerà a vedersi qualche schianta soltanto verso l’autunno del 1993, quando le tre rissose fazioni in lotta, dopo che avevano continuato per un altro intero anno a scannarsi, tra numerose tregue fittizie e aspre riprese dei combattimenti, perverranno a un abbozzo di accordo che dovrebbe spianare la strada della pacificazione, resa ancora problematica dalla pur legittima richiesta dei musulmani di poter avere uno sbocco verso il mare. Si tratta dell’accordo di Ginevra, redatto sulla base di una spartizione etnica dei territori bosniaci tra serbi, croati e musulmani, che scontenta un po’ tutti, ma soprattutto questi ultimi, poiché rispecchia in buona parte quelle che erano le posizioni acquisite attraverso i combattimenti, che li penalizza non poco e li induce a riprendere le armi. A novembre, infatti, il mondo, sempre meno sorpreso, quasi estraniato, assisterà ad altre efferatezze, come quella del bombardamento serbo di una scuola di Sarajevo, nel quale perdono la vita nove bambini di otto anni e la loro maestra. In mezzo a tanta infamia, l’opinione pubblica rimane frastornata, non sa se indignarsi per l’uccisione dei bambini o per l’abbattimento del pur prezioso, antico ponte ottomano di Mostar, l’ultimo dei sette che ancora rimaneva, precipitato nel fiume Neretva assieme a molte speranze infrante. Per i cinquantamila musulmani assediati nel settore orientale, esso costituiva l’ultima via d’accesso per l’approvvigionamento d’acqua potabile; ma soprattutto rappresentava l’ultimo baluardo, una sorta di simbolo che avevano difeso strenuamente, con incredibile cocciutaggine, quasi con amore. Un amore che non riesco a comprendere in questa guerra infame e tenebrosa, dimenticata da Dio e da tutti, nella quale la barbarie ha sempre un ultimo baluardo che riesce a tenerla ignobilmente in vita. Una nuova, flebile speranza di pace giunge nel dicembre del 1994, dopo che sono ormai trascorsi ben tre anni dall’inizio della carneficina. L’ultima proposta avanzata dalle diplomazie internazionali viene affidata a Jimmy Carter, l’ex presidente degli Stati Uniti, recatosi in Bosnia per colloquiare con il leader serbo Karadzic e cercare di avvicinarlo alle altre fazioni in lotta. Il negoziato sembra avere successo; i contendenti firmano una tregua di quattro mesi entro i quali mettere a punto i termini di un piano di pacificazione definitivo, basato sulla ripartizione del territorio bosniaco in due parti: il 51% ai serbi e il resto a musulmani e croati, finiti per allearsi. Ma i serbi di Krajina, trovandosi in una zona che diventerebbe territorio croato, non ci stanno. Ottenere una ripartizione omogenea e duratura dei territori appare un’impresa quasi impossibile, a causa delle richieste fin troppo esigenti mosse sia dai musulmani che dai serbi. Ancora un tentativo a vuoto. Alla scadenza della tregua, i combattimenti riprendono con maggiore asprezza, facendo scorrere altro sangue. Tuttavia, pochi giorni dopo la ripresa dei combattimenti, arriva un nuovo segnale di pace. Le fazioni in lotta sono disposte a riprendere le trattative. Il “Gruppo di Contatto”, di cui fanno parte USA, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania, si riunisce d’urgenza. Successivamente (11 agosto), l’Italia farà sentire la sua disapprovazione per l’esclusione dal gruppo rifiutandosi di ospitare nella base di Aviano gli aerei invisibili americani F117A “Stealth”. Rinasce la speranza di pace, troppe volte infranta, ma ancora una volta essa svanisce. La Croazia opera un pesante attacco nella sacca di Bihac che scatena la reazione dei serbi di Krajina, i quali lanciano undici missili “Okran” su Zagabria, mentre prosegue l’azione dei cecchini a Sarajevo e a Dubrovnik. Nell’aprile del 1995, intanto, inizia presso il Tribunale penale internazionale dell’Aja il processo per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia: il serbo Dusan Tadic è accusato di crimini contro l’umanità, mentre si indaga per accertare le responsabilità del leader serbo-bosniaco Karadzic e del generale Mladic. Si profila un disimpegno dell’ONU, che dal 1992 ha dovuto registrare la perdita di 162 uomini, dei quali 36 francesi. La NATO entra in stato di allerta per un eventuale intervento mirato a coprire il ritiro dei caschi blu. Tra i Paesi allertati c’è anche l’Italia. Il 25 maggio si ha un primo attacco aereo della NATO, che con sei bombardieri decollati da Aviano colpisce i depositi di armi serbi presso Jamoriniki Potok, a est di Sarajevo. Immediata la rappresaglia serba, che con i bombardamenti di Tuzla, Gorazde, Srebenica, Bihac e Sarajevo provoca almeno una sessantina di morti. Il giorno dopo, inoltre, i serbo-bosniaci prendono in ostaggio 34 caschi blu di stanza a Sarajevo, i quali vengono usati come scudi umani per evitare ulteriori raid aerei. Arriva intanto nell’Adriatico la portaerei americana “Roosevelt” con duemila marine pronti a sbarcare. La crisi si aggrava. Nei due giorni successivi il numero degli ostaggi aumenta a oltre trecento. I Paesi NATO reagiscono con pesanti minacce che portano il 2 giugno alla liberazione di 120 ostaggi. Il 6 giugno vengono liberati altri 108 ostaggi. Gli ultimi 118 ostaggi vengono rilasciati pochi giorni dopo. Tuttavia prosegue l’assedio di Sarajevo da parte dei serbi, che dura ormai da 38 mesi, provocando numerosi morti e feriti. Il 15 giugno si verifica un poderoso contrattacco bosniaco ai danni dei serbi, il primo dall’inizio delle ostilità. L’11 luglio, nonostante i raid aerei della NATO, l’avanzata serba nella zona protetta, guidata dal generale Mladic, fa cadere Srebenica: oltre 30.000 musulmani lasciano la città insieme ai soldati dell’ONU, quasi tutti diretti a Tuzla. Dopo Srebenica è subito la volta di Zepa, anch’essa protetta dall’ONU, che i serbi riescono rapidamente ad espugnare (25 luglio), pur dopo una disperata resistenza. Tutti gli abitanti sono riusciti a lasciare le loro case, ma ciò non salva vecchi donne e bambini dalla violenza e la città dalla distruzione. Durante i giorni dell’assedio di Zepa, si leva vigorosa la voce del Papa, che dichiara «moralmente accettabile» l’intervento contro l’attacco dei serbi, ritenendolo un «diritto alla difesa» dei popoli aggrediti. Tra il 30 e il 31 luglio, intanto, l’esercito croato occupa Glamoc e avanza in Krajina, bombardando la città di Knin. Appena una settimana dopo, tutta la Knjin a torna in mano ai croati. L’azione di Zagabria, approvala dagli USA, irrita Mosca, che minaccia «pesanti conse-A Sarajevo continuano i bombardamenti da parte dei serbi, che il 28 agosto provocano una strage nel mercato (37 morti e 86 feriti). Le televisioni di tutto il mondo proiettano le immagini della sconcertante carneficina, provocando profonda indignazione nell’opinione pubblica. Il 30 agosto, gli aerei della NATO si alzano in volo e colpiscono le postazioni serbe intorno a Sarajevo e le città di Gorazde, Tuzla e Mostar. La Russia disapprova l’intervento e auspica la convocazione di una conferenza di pace. Tuttavia i raid aerei della NATO, intesi a spezzare l’assedio di Sarajevo, proseguono. Partecipano alle operazioni anche i Tornado italiani. L’offensiva dei croati e dei governativi bosniaci prosegue con l’occupazione di Jajce e Donij Vakuf, due città strategicamente importanti: migliaia di contadini serbi sono costretti all’esodo. A Mosca cresce il risentimento nei confronti degli USA per i bombardamenti in Bosnia. Il 15 settembre cessano improvvisamente i raid aerei della NATO: il mediatore americano Richard Holbrooke e il serbo Milosevic studiano un piano di accordo che prevede il ritiro delle armi pesanti del generale Mladic da Sarajevo e la sostituzione dei caschi blu con truppe russe e americane. Croati e musulmani proseguono ugualmente verso Banja Luka e la Bosnia nord-occidentale, ma vengono convinti a rinunciare in vista del possibile accordo di pace. Infatti, come auspicato da tempo, il 26 settembre, presso la sede dell’ONU a New York, viene raggiunto un accordo di massima tra le tre fazioni in lotta, così concepito: anzitutto un armistizio, quindi la divisione territoriale della Bosnia nell’ambito di un unico Stato regolato da una nuova costituzione in grado di garantire a ciascuna etnia il rispetto dei propri diritti. Il nuovo Stato avrà un Parlamento, un Presidente e una Corte costituzionale unitari. Soddisfattissimo, è lo stesso presidente Clinton a dare l’annuncio dell’accordo. La cessazione dei combattimenti avviene il 10 ottobre. È il primo passo verso un serio Accordo di Pace. A distanza di quattro anni dall’inizio della guerra, che ha provocato almeno 250.000 morti e costretto tre milioni di persone ad abbandonare le proprie case, finalmente (1/11/95) i tre signori della guerra, il serbo Milosevic, il croato Tudjman e il bosniaco Izetbegovic, si siedono al tavolo della pace, nella base militare di Dayton, nell’Ohio. L’Accordo di Pace, firmato il 21 novembre alla presenza del segretario di Stato statunitense Warren Christopher, è stato raggiunto dopo circa venti giorni di accesissima battaglia diplomatica, alla quale hanno partecipato oltre 200 uomini. I punti dell’intesa rispecchiano sostanzialmente l’accordo di massima raggiunto a settembre:

1) la Bosnia-Erzegovina resta un unico Stato, all’interno delle proprie frontiere attuali, riconosciuto intemazionalmente. Esso sarà però formato dalla Federazione croato-musulmana (51%) e dalla Repubblica Serba di Bosnia (49%). Sarajevo resta comunque unita e sarà la capitale;

2) la Bosnia avrà un governo centrale con un Parlamento, una presidenza, una Corte costituzionale, una banca centrale e una moneta unica. Le elezioni democratiche si svolgeranno sotto controllo internazionale;

3) la NATO si occuperà della separazione tra i belligeranti, allestendo appositamente un esercito (60.000 uomini, di cui un terzo americani);

4) la gente potrà tornare a casa e spostarsi liberamente. I diritti umani verranno garantiti da un comitato indipendente e da una polizia civile internazionale. I criminali di guerra saranno esclusi dalla vita politica. Il nuovo piano di pace sembra destinato a riuscire, sia perché è il primo accettato e siglato da tutti i contendenti sia perché verrà spalleggiato da un grosso esercito internazionale. E’ stato accertato che per la ricostruzione ci vorranno qualcosa come sei miliardi di dollari: l’Unione Europea si impegna a contribuire con 1,2 miliardi e gli USA con 600 milioni. Per il resto bisognerà vedere. Il Giappone non intende per ora partecipare in maniera consistente, come auspicherebbero l’Unione Europea e gli USA. A Parigi, il 14 dicembre c’è stata la firma del Trattato di Pace, da parte di Milosevic, Tudjman e Izetbegovic. Frano presenti dodici leader tra cui Clinton, Chirac, Kohl e Gonzales. C’era naturalmente anche il mediatore americano Richard Holbrooke, il principale artefice dell’accordo. Un mese dopo il presidente americano si reca in Bosnia per salutare i soldati e conferire maggiore concretezza al Trattato. In tale occasione ringrazia l’Italia per l’appoggio alla missione. Anche il presidente della Repubblica Scalfaro si reca a Sarajevo per salutare i bersaglieri, ringraziandoli a nome del Paese. Il contingente italiano in Bosnia si avvale di 11.000 uomini, tra i quali 2600 delle truppe terrestri, 2500 della Marina, 700 del Battaglione San Marco e 212 bersaglieri. I mezzi bellici sono costituiti da 16 navi, 14 tra aerei ed elicotteri e 14 carri armati Leopard. II 18 febbraio 1996 si è svolto un vertice straordinario a Roma per convincere serbi, croati e musulmani ad applicare gli accordi senza lasciarsi condizionare dai troppi risentimenti che via via cominciavano a riaffiorare e dalle crepe organizzative che rendevano difficile la pacificazione. Ad esempio, i quartieri serbi di Sarajevo non erano stati ancora riconsegnati al governo bosniaco, i leader serbi Karadzic e Mladic, inquisiti dal Tribunale dell’Aja per crimini di guerra, continuavano a svolgere le loro funzioni, i prigionieri di guerra non erano stati ancora tutti liberati. È certo, comunque, che perché la situazione si normalizzi ci vorranno ancora diversi anni, nel corso dei quali potranno aversi anche isolati scontri, ma l’importante è che questa volta il processo di pacificazione si sia davvero innescato. C’è solo da augurarsi che in breve tempo tutti i Paesi nati sulle rovine della ex Jugoslavia abbandonino ogni risentimento residuo e sappiano trovare il coraggio necessario per risollevarsi dalle macerie di una guerra lunghissima e lacerante, in modo da poter intraprendere la strada della ricostruzione e incominciare a vivere all’insegna di una nuova, reale dimensione di pace.

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