La spedizione italiana in Russia, voluta da Mussolini durante la seconda guerra mondiale, provocò un’autentica disfatta per il nostro esercito,decimato dal freddo e dalla fame. Abbandonato il grande sogno di poter condurre una guerra parallela rispetto a quella tedesca, l’Italia venne a trovarsi in una posizione decisamente scomoda, poiché improvvisamentediventava d’intralcio al poderoso programma espansionistico di Hitler. Il quale, tuttavia, preferì continuare ad avere buoni rapporti con Mussolini. Dal canto suo, il Duce credeva di poter essere ancora all’altezza del Reich e attendeva con ansia il verificarsi di unasituazione che consentisse un massiccio intervento italiano, per riabilitarsi e sdebitarsi. Ahimè!, l’occasione non tardò a presentarsi. Il 22 giugno 1941 i tedeschi invasero l’URSS, pensando di sferrare un attacco micidiale (Operazione Barbarossa), che se fosse riuscitoavrebbe forse segnato le sorti dell’intero conflitto. Mussolini colse al volo l’occasione, anche se la difficoltà dell’impresa doveva apparirgli improba: egli si vedeva già al tavolo delle trattative con un conto ricchissimo di morti e quindi con ottime possibilità di ottenere importanti guadagni territoriali. Venne così creato il CSIR (Corpo di Spedizione Italiana in Russia), formato da 60.000 uomini, e collocato sulla scia delle forze tedesche che avanzavano prodigiosamente lungo i bacini del Dniepr e del Donec. Nell’ottobre del 1941, a sud, le truppe del CSIR conquistarono Stalino, Harkov e nel novembre successivo presero Kursk. Contemporaneamente, i tedeschi entrarono in Crimea e occuparono Jalta, ponendo l’assedio a Sebastopoli. Nel settore centrale, tra il 16 novembre e il 5 dicembre dello stesso anno, le truppe tedesche giunsero a 50 km da Mosca, ma il 20 dicembre i russi contrattaccarono e riconquistarono Tuia, Kalinin e Kaluga. Hitler aveva accolto molto freddamente l’offerta italiana di aiuto, dimostrando una volta per tutte di voler fare tutto da solo, sia per sfiducia nei confronti delle capacità di Mussolini, sia perché non aveva alcuna intenzione di spartire con chicchessia un successo che riteneva certo, per quanto difficile da ottenere. Tuttavia il Fiihrer aveva accettato ancora una volta l’intervento italiano, tanto più che la consistenza del CSIR era daconsiderarsi modesta. Poco tempo dopo, resosi conto di ciò, Mussolini pensò che si rendeva necessario inviare un nuovo grande contingente in URSS, composto dal maggior numero di uomini possibile, in modo da assumere un ruolo importante nella conquista della vittoria finale, almeno nominalmente, visto che la guerra vera avrebbero comunque dovuto vincerla i tedeschi. Tutti i Paesi satelliti della Germania avevano inviato sul fronte russo un contingente e l’Italia non poteva mescolarsi a loro soltanto con i 60.000 uomini del CSIR. «Non possiamo essere da meno della Slovacchia. Al tavolo della pace peseranno assai di più i 200.000 dell’ARMIR (Armata Italiana in Russia) che i 60.000 del CSIR». Presa la decisione di creare l’ARMIR, Mussolini non si curò affatto della mancanza di equipaggiamenti che affliggeva il nostro Esercito, cosa molto grave, poiché il terribile inverno russo era alle porte. Ben 230.000 uomini vennero inviati sul Don, senza alcuna protezione contro il gelo, che da quelle parti raggiunge regolarmente temperature polari. Oltre tutto mancavano anche le armi pesanti: l’ARMIR poteva contare inizialmente su appena 380 pezzi anticarro e 55 carri armati. Ovvero Mussolini inviò consapevolmente 230.000 uomini al massacro, sperando che magari non ne tornassero troppi indietro. Ma per l’Asse le cose non andarono secondo i piani: i tedeschi, giunti fino al Volga senza dover affrontare gravi ostacoli, vennero ricacciati indietro dalla poderosa controffensiva russa che li colse impreparati al gelo che imperversava. L’ARMIR, dislocata sul Don «a cordone», vale a dire un uomo ogni sette metri, rimase improvvisamente scoperta su un fianco e divenne facilmente vulnerabile. Il fianco destro dell’ARMIR era protetto dalle forze rumene, ma quando queste furono costrette a cedere, ebbe inizio il massacro delle nostre truppe, che tuttavia si batterono con grande valore. L’ordine era di resistere strenuamente, ma la pressione si fece presto insostenibile, anche a causa dei 40° sotto zero e della mancanza di stivali e di abiti adeguati: la gioventù italiana pagò un prezzo enorme alla follia fascista. Il 19 dicembre del 1942 iniziò la tragica ritirata dell’ARMIR (nella quale in luglio era confluito il CSIR). I tedeschi si impossessarono dei camion italiani e si ritirarono, lasciando i nostri soldati a piedi e senza viveri, in mezzo al ghiaccio della steppa. Fu una delle ritirate più drammatiche di tutta la storia, la cui crudeltà sconfina oltre l’immaginabile. I russi, memori di ciò che era capitato alla Grande Armata napoleonica 30 anni prima, avevano previsto che a dicembre solo loro avrebbero potuto sopravvivere in quelle condizioni climatiche. Poche decine di migliaia rientrarono in qualche modo in patria. Le loro condizioni erano indescrivibili, disumane, quasi fossero dei fantasmi. I superstiti avevano compiuto qualcosa come 800 km a piedi, dalle rive del Don al confine polacco, in pieno inverno russo, che peraltro quell’anno si presentò particolarmente rigido. La guerra stava cambiando volto. II fallimento della campagna di Russia si rivelerà determinante per le sorti dell’Asse.

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