Giuseppe Mazzini, costretto a vivere quasi interamente in esilio, perseguì ideali altissimi che per la sua epoca, proprio perché tali, apparivano spesso fuori dalla realtà. Una delle figure più rappresentative e discusse del Risorgimento italiano, Mazzini trascorse la propria vita quasi costantemente in esilio ma il suo pensiero fu sempre rivolto alla formazione di un’Italia unita e repubblicana. Che fosse a Ginevra o a Londra, la sua profonda spiritualità, la sua tensione patriottica costituivano un altissimo riferimento morale per quanti lottavano per la costruzione e l’indipendenza del Paese. Giuseppe Mazzini nacque a Genova nel 1805. Il padre, Giacomo, era un agiato medico e docente di patologia dell’Università di Genova, città dove si era trasferito nel 1794 dalla natia Chiavari per ragioni professionali, ma aveva avuto un ruolo importante nella democratizzazione della Repubblica Ligure poiché era sempre stato un convinto democratico. Massone appartenente alla loggia degli «Indipendenti», la sua casa era perlopiù frequentata da liberali e repubblicani, che spesso si attardavano in lunghe discussioni sulla necessità di un rinnovamento politico-culturale. Ma si parlava anche di religione, in particolare della dottrina giansenista. La madre, Maria Drago, figlia di ricchi mercanti genovesi, era un’accesa repubblicana che aveva trovato nel giansenismo le ragioni profonde delle proprie inclinazioni religiose, in precedenza frustrate dal conservatorismo dei gesuiti. Ovviamente, gli anni giovanili di Giuseppe furono profondamente influenzati da quella che più che una casa si sarebbe potuta definire un’officina di idee e di spiritualità. Ma sarà soprattutto la madre a plasmarne la personalità, a trasmettergli ciò che costituirà la base del suo pensiero politico-religioso e che gli indicherà il modo stesso di porsi di fronte alla vita e di intenderla. Educandolo alla severità giansenista, ella riuscirà a infondergli la convinzione che ciò che determina la vita umana è il costante perseguimento del «pensiero» e dell’«azione». Conseguito il diploma di magistero, Mazzini seguì senza eccessivo entusiasmo i corsi giuridici presso l’Università di Genova, sviato da un’ansia culturale che lo spingeva verso letture che avessero un più immediato riscontro nella intensa realtà quotidiana, nelle animate discussioni con i compagni di corso e con alcuni giovani intellettuali che si intrattenevano con lui, attratti dal suo fervore ideologico, dall’irruenza della sua oratoria e dalla tensione patriottica che scaturiva dal suo animo. Nel 1827 conseguì la laurea in Legge. Ora poteva dedicarsi senza respiro all’attività culturale e politica, in modo da poter placare l’«irrequieta vampa nel cuore», il suo «immenso desiderio di patria». La prima opportunità gli venne offerta nel 1828, quando approdò a «L’Indicatore», un giornale di avvisi commerciali che in breve tempo riuscì a trasformare in un meraviglioso strumento di attività critica che gli dava finalmente la possibilità di interpretare i bisogni del suo tempo e soprattutto di comunicare con il popolo, che intendeva aiutare a crescere per fargli scoprire le proprie altissime potenzialità, il proprio ruolo, i propri diritti, l’alta missione che Dio stesso gli aveva affidato. Profondamente convinto dell’esistenza di un «genio europeo», attraverso tale giornale promosse lo studio delle letterature europee cercando nel medesimo tempo di evidenziare le radici comuni di tutti i popoli del continente. Com’era inevitabile, quello stesso anno le autorità soppressero «L’Indicatore», ma Mazzini continuò a diffondere il suo pensiero inviando numerosi articoli a «L’Indicatore livornese» e ad altri giornali. In particolare va segnalata D’una letteratura europea, inviata ali’«Antologia» di Firenze, in cui affermava la necessità di un’alleanza dei popoli che si contrapponesse all’alleanza dei re. All’intensa operosità pubblicistica, che gli conferì grande notorietà, negli anni 1829-30 affiancò l’impegno politico nella Carboneria genovese, alla quale si era affiliato nel 1827, trasformandola ben presto in centro propulsore di un’attività clandestina in grado di dare nuovo impulso anche alle sette della Lombardia e della Toscana. Ma nel 1830, arrestato in seguito a una denuncia anonima, venne rinchiuso nella fortezza di Savona e nell’anno successivo, in alternativa al confino in Sardegna, scelse la via dell’esilio, iniziando la sua vicenda di emigrante negli Stati europei che, a parte qualche breve rientro in patria, si protrarrà per circa quarant’anni. Nel lasciare l’Italia aveva scritto un’accorata lettera a Carlo Alberto, il nuovo re, spronandolo a «porsi alla testa della Nazione», una nazione ancora lontana dal nascere ma che da tempo sentiva battergli nel petto, in un angolo segreto del cuore. Una nazione che avrebbe portato con sé nell’esilio, insieme alla «calma serena di una pura coscienza». Sappiamo bene tuttavia come tale esilio non riuscirà a impedirgli di continuare a battersi per l’unificazione del Paese, ma gli consentirà di calamitare intorno a sé le aspirazioni libertarie di molti giovani europei e soprattutto di quegli italiani che seppero sottrarsi all’antica indifferenza politica. Stabilitosi a Marsiglia, nel 1831 fondò la Giovine Italia, a cui seguirà la nascita dell’omonimo periodico (1832). A differenza della Carboneria, nella quale tutto rimaneva segreto e pochi potevano accedere, nella Giovine Italia rimaneva segreto solo il nome degli associati, unicamente per consentire una più libera mobilità operativa dei medesimi, mentre il programma era noto a tutti e l’accesso era consentito a quanti intendessero lottare per l’Unità d’Italia, per l’edificazione di una nazione repubblicana, libera e democratica. L’adesione, specialmente dei giovani, fu massiccia. I suoi trascorsi di carbonaro, la voce calda e armoniosa, le lucide argomentazioni, lo sguardo saettante di luce, l’espressione franca e ispirata del volto, appena sfiorato talora da un velo di malinconia, facevano di Mazzini una specie di profeta laico. Consapevole del proprio ruolo, egli infiammava i cuori senza promettere null’altro che la lotta, avvertendo che solo in se stessi gli italiani avrebbero dovuto trovare la forza necessaria per arrivare alla meta. Nessuno avrebbe dovuto mai più illudersi di poter sperare nell’aiuto esterno o di qualche prìncipe, come troppo spesso avevano fatto i Carbonari. I metodi da mettere in atto dovevano essere quelli rivoluzionari, i soli capaci di consentire l’attuazione del programma. Bisognava spingere la popolazione a insorgere e coordinare le insurrezioni in maniera da evitare ogni possibile difesa delle forze governative. Non restava che organizzare i moti rivoluzionari. Instancabile, Mazzini si mise all’opera, promuovendo i primi tentativi insurrezionali in Piemonte, a Genova, dove ebbe la partecipazione di Garibaldi, e in Savoia. Tentativi che però si rivelarono fallimentari (1833-34) a causa del mancato appoggio popolare. Intanto, espulso dalla Francia (1833), si era rifugiato in Svizzera, mentre la Giovine Italia era entrata in crisi. Malinconico per il fallimento dei primi moti e per il fatto che gli amici, dispersisi, non lo cercassero, avrebbe voluto strapparsi le carni di dosso. Gli italiani lo avevano deluso, gli erano apparsi «opportunisti e immorali»: un giudizio severo che gli verrà spesso rimproverato. Tuttavia il genovese non si perse d’animo, nonostante fosse cacciato da Berna, da Ginevra, da Losanna. Ora era giunto il momento di dar corpo alla Giovine Europa, progetto da tempo in gestazione che potrà concretizzare a Berna, nell’aprile del 1834, ma che nei due anni successivi articolerà in diversi rami nazionali, fondando la Giovine Germania, la Giovine Polonia e la Giovine Svizzera. Si trattò della prima organizzazione democratica europea sopranazionale. Successivamente, rifugiatosi a Londra, attraversò un periodo di crisi. Ancora una volta il dubbio lo aveva assalito, lacerandogli l’anima. Ma presto riorganizzò la Giovine Italia, proponendosi di seguire con maggiore scrupolo le problematiche sociali e operaie del popolo italiano, nelle quali capì di dover cogliere le ragioni del debole slancio patriottico che lo animava. Legato a una visione intensamente religiosa della vita, dal suo animo scaturiva l’esempio di una profonda solidarietà sociale. Ciò lo spinse ad aderire all’Internazionale Socialista, ma ben presto se ne dissociò. Contro l’affermazione dell’egemonia marxista nel movimento operaio italiano, nel 1864 proporrà un Patto di fratellanza fra le società operaie, imperniato su un principio più moderato. Profeta della patria dei popoli, Mazzini lo diventerà anche della fine del comunismo: nel 1841, prima ancora che Marx ideasse il Manifesto (1848), scrisse una lettera alla madre nella quale si potevano già ravvisare le ragioni contro le quali il comunismo si sarebbe infranto: «Questo è il pensiero irrealizzabile, assurdo, che distruggerebbe qualunque stimolo d’attività nell’umanità… pietrificherebbe la società…». Nel 1844, Mazzini ispirò l’eroica ma sciagurata impresa dei fratelli Bandiera, Attilio e Emilio, giovani ufficiali della regia marina austriaca che nel 1841, votati alla causa dell’Unità d’Italia, disertarono e fondarono l’Esperia, una società segreta affiliata alla Giovine Italia, intraprendendo uno sbarco in Calabria nel tentativo di suscitare un’insurrezione contro i Borboni. La denuncia di un loro compagno costò loro la fucilazione. Mazzini aveva cercato di dissuaderli, ma il loro coraggio lo impressionò. La loro vicenda rappresenta uno dei simboli più alti dell’eroismo risorgimentale. Il 5 marzo 1848 fondò a Parigi l’Associazione Nazionale Italiana, il cui scopo era quello di cercare di concentrare tutte le forze patriottiche per tentare almeno di cogliere l’obiettivo dell’indipendenza. L’anno seguente, dopo l’armistizio chiesto dal Piemonte all’Austria e dopo che il governo provvisorio lombardo annunciò il plebiscito con il quale attuava la fusione della Lombardia con gli Stati sardi, Mazzini si tuffò alla grande nella guerra di popolo da lui ideata, diventando, con Saffi e Armellini, uno dei triumviri della Repubblica Romana (febbraio 1849). Ma la sua funzione si rivelò egemonica, dando prova, in un momento estremamente delicato, di saper gestire il potere con consumata abilità. La difesa di Roma che egli organizzò contro il corpo di spedizione francese doveva costituire una delle pagine più belle del nostro Risorgimento. Dopo la caduta di Roma, seguì un nuovo esilio in Svizzera, dove rimase fino al 1851, anno in cui ritornò a Londra e pubblicò il mensile «Italia del popolo», sempre più convinto che la maturità del popolo italiano fosse ormai tale che i tempi della rivoluzione non si sarebbero fatti attendere ancora per molto. Nel 1853 fondò il Partito d’Azione, che si produsse in tentativi di insurrezione a Milano (1853), Sarzana e Valtellina (1853-54) e che nel 1857 organizzò la spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie. In questo periodo Mazzini dovette assistere a numerosi tradimenti da parte di compagni che passarono a sostenere la causa sabauda. Dopo l’armistizio di Villafranca, nella II guerra d’indipendenza (1859), allo scopo di prevenire i plebisciti e le conseguenti annessioni di vari Stati italiani al Piemonte, Mazzini propose di istituire un’assemblea costituente da eleggere attraverso il suffragio universale, ma ormai cominciava a sentirsi «esule in patria». Nel 1860 si recò a Napoli per tentare inutilmente di convincere Garibaldi a non consegnare il Meridione al Piemonte, criticando aspramente la scelta monarchica operata dal Risorgimento. L’«azione» dell’esule, condotta senza altri mezzi che quelli della parola, della caparbietà, del coraggio e della fede, potrà forse apparire inadeguata rispetto all’ampiezza del suo «pensiero», ma essa produsse effetti in assenza dei quali difficilmente il Risorgimento italiano si sarebbe innescato. Del resto il confine tra «pensiero e azione», spesso è meno netto di quanto sembri e può perfino svanire del tutto, lasciando talora che sia il pensiero stesso a farsi azione. La spedizione di Garibaldi in Sicilia è stata «pensata» da Mazzini. Nel convincere il Generale ad assumerne il comando, gli scrisse tra l’altro: «Se altri son deboli, fate di non esserlo voi».Attraverso le numerose associazioni da lui fondate, egli aveva cercato di trasmettere agli italiani gli ideali unitari e repubblicani, anche se questi ultimi potevano sembrare, per l’epoca, totalmente irrealistici. Aveva tentato di impedire in tutti i modi l’unificazione su basi monarchiche poiché ciò gli sembrava un’annessione della penisola al Piemonte, ovvero ai possedimenti dei Savoia. Oggi sappiamo però che il pensiero mazziniano era di una tale lucidità da anticipare il futuro. Il potere non doveva esse-re dei re o del papa, ma unicamente del popolo, senza distinzione di classe. Dio non aveva dato il potere ai re perché lo esercitassero per conto dei popoli, o contro di essi, come più spesso accadeva, ma lo aveva dato direttamente a loro, all’intera umanità. Perciò i popoli hanno una missione da compiere: quella di reclamare il proprio potere usurpato e di incamminarsi verso il progresso. È necessario tuttavia che l’uomo comprenda come i propri «diritti», sanciti dalla divina provvidenza, si trasformino in «doveri». Tutti i popoli sottomessi della terra hanno il sacro dovere di insorgere contro l’oppressore e lo straniero e conquistare la libertà. Com’era accaduto in passato, era necessario che la riscossa dei popoli partisse dall’Italia e in particolare da Roma, che con la sua grande civiltà e le leggi promosse dai Cesari (la Roma dei Cesari) aveva unificato il bacino del Mediterraneo e con la fede religiosa diffusa dai Papi (la Roma dei Papi) era riuscita a riunire genti diverse e a dar loro dignità di popolo. Ora toccava alla «Roma del popolo» unire i popoli tra loro attraverso la fratellanza e la libertà. Ma perché ciò avvenisse era necessario anzitutto che l’Italia diventasse «una, indipendente, libera e repubblicana». E poiché soltanto nella repubblica poteva attuarsi il governo del popolo, era altresì necessario scalzare re e prìncipi dai troni mediante rivoluzioni popolari. Per lottare contro l’Austria bisognava cercare di riunire i diversi popoli ad essa soggetti, allo scopo di consentire anche agli altri Paesi europei, a loro volta, di riacquistare la propria libertà. La Giovine Italia avrebbe propiziato la nascita di una Giovine Europa, fatta di nazioni unitarie, repubblicane e liberamente associate tra loro. Egli aveva tentato di far comprendere al popolo italiano che il Risorgimento poteva costituire una meravigliosa opportunità di conquista democratica, ma rimase bloccato dall’estremo realismo di Cavour e dal conformismo attraverso il quale la Chiesa aveva plagiato le coscienze di buona parte degli italiani.

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