Figlio dell’industrializzazione e del benessere, il consumismo rappresenta forse uno dei principali motivi di vita per i giovani. Dal dopoguerra ad oggi la tecnologia ha raggiunto un livello di sviluppo notevole. Delle vecchie abitudini quotidiane ben poco è rimasto immutato e nel giro di qualche decennio ci siamo ritrovati nell’era del consumismo. Il consumismo è una specie di malattia collettiva che porta a un bisogno irrefrenabile di acquistare le innumerevoli mercanzie che le industrie ci propongono attraverso la pubblicità. L’industrializzazione ha sfruttato le innovazioni tecnologiche, migliorando sensibilmente il nostro tenore di vita, ma ci ha ridotto, pur a nostra insaputa, in una condizione di semischiavitù. Un esempio? Provate a non comprare il panettone a Natale, se ci riuscite!, anche se il tradizionale panettone costituisce soltanto una forma elementare di consumismo. Ma tutto è partito di lì, dalle prime proposte indirizzate alla nostra gola, che poi si sono estese agli innumerevoli, insospettabili appetiti che covavamo dentro. Questa smodata propensione al consumo costituiva anche un importante segno distintivo tra la struttura socioeconomica dei Paesi comunisti e quella dei Paesi capitalisti. Secondo lo spirito comunista, ormai entrato a far parte del passato, a quanto pare, il potere statale doveva frenare l’offerta di una quantità troppo ampia di mercé alla popolazione, per non fare andare in tilt il bilancio commerciale. Ciò accadeva, ad esempio, nell’ex Unione Sovietica. Perfino i più comuni elettrodomestici erano introvabili, ma contemporaneamente lo Stato gestiva degli spacci forniti di ogni ben di Dio ai quali potevano accedere soltanto i turisti. In Russia, come nel Terzo Mondo, il consumismo è un vizio che pochi possono permettersi. Per quanto il consumismo sembri il simbolo della vuotaggine, evidentemente esso rappresenta il massimo della felicità per coloro che hanno larghe disponibilità economiche e possono seguirne gli sviluppi. Anche se può sembrare un paradosso, il consumismo, una volta innescato, si auto-rigenera, sviluppando una specie di reazione economica a catena. La produzione e il benessere, associati alla pubblicità, generano il consumismo, che a propria volta alimenta la produzione, questa accresce l’occupazione e la disponibilità economica della gente, che dunque può «consumare». La diffusione raggiunta dal consumismo negli ultimissimi anni ha dell’incredibile. La sconcertante varietà dell’offerta di prodotti, sostenuta da faraoniche campagne pubblicitarie, sta rendendo ancora più irresistibile il bisogno di «saccheggiare» i negozi, le concessionarie di auto, le agenzie di viaggio, i supermercati. Tra i prodotti più corteggiati ai fini consumistici, merita particolare attenzione l’automobile. Nei decenni scorsi, i vari modelli restavano sul mercato per lunghi anni senza subire modifiche di rilievo, mentre oggi possono bastare pochi mesi perché un’auto nuova appaia «superata». Impera la mania delle case costruttrici di presentare ogni anno nuovi modelli, in modo da «ossessionare», attraverso i mass media, il povero consumatore, che nel giro di qualche tempo è costretto a fare una visita al concessionario. Un’idea brillante dal punto di vista industriale, ma un po’ infame nella concezione. Eppure nessuno si sente offeso per questo. Anzi, la maggior parte della gente si diverte a cambiare auto ogni due anni, ammesso ovviamente di averne la disponibilità economica. Tuttavia l’intera società capitalista si basa su queste leggi. Gli stabilimenti non possono mai smettere di produrre: nel momento in cui un articolo comincia a perdere le sue quote di mercato, i designer studiano nuove soluzioni da proporre, mentre i tecnici concedono «qualche» innovazione, poiché tutto ciò che viene scoperto non passa immediatamente in produzione, ma viene centellinato, in modo che ai consumatori non manchi mai lo stimolo per comprare sempre nuovi modelli. Se le cose non andassero in questo modo un po’ in tutti i campi, infatti, tantissime industrie non avrebbero ragione di esistere, perché una volta saturato il mercato, le vendite diventerebbero minime e la produzione dovrebbe quasi fermarsi. Viva il consumismo, dunque!

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