Le doti quasi ipnotiche del mezzo televisivo,

capace di esercitare sulla gente un’enorme influenza, costituiscono uno dei fenomeni sociali fondamentali del nostro tempo. Al giorno d’oggi, la televisione è certamente il più potente tra i mass media poiché provoca una forte assuefazione negli individui e si presta meglio di qualunque altro mezzo per la manipolazione delle menti più indifese. Il grazioso piccolo schermo è solo apparentemente inoffensivo, poiché la sua capacità di plagiare le coscienze, di dar vita a miti, reclamizzare film, prodotti, movimenti è impareggiabile. Più che mai la televisione è diventata un fenomeno socialmente molto rilevante poiché la si trova in tutte le case, anche le più povere. Nei Paesi occidentali e quindi anche in Italia, coesistono televisioni private e pubbliche. Nel nostro Paese le reti pubbliche si sostengono soprattutto grazie al canone stranamente obbligatorio pagato dai cittadini, la famosa tassa sulla televisione della cui costituzionalità si è sempre dubitato. Un abuso decisamente ingiustificabile, vista anche la scarsissima qualità della programmazione Rai. Da una televisione di Stato dovrebbe giungere un notevole apporto culturale, ma «Mamma Rai», come la chiamano affettuosamente certi insulsi tizi, non fa altro che propinarci ignobili film per la tv, soap opere, vecchissimi telefilm, spettacoli da televisione messicana, manifestazioni sportive di terza o quarta schiera, manifestazioni di lucida demenza che danneggiano inevitabilmente la psiche del malcapitato telespettatore. Anni fa, la Rai, pur trasmettendo attraverso due sole  reti e pur disponendo di mezzi economici più limitati  concedeva maggiore spazio ai sipari culturali, ai documentari di  qualità, si limitava nel proporre insulsi sceneggiati, privilegiava perfino la messa in onda di spettacoli teatrali in prima serata. L’attuale peggioramento è sicuramente dovuto all’avvento dell’audience che ora soggioga la televisione, costituendo il barometro del successo, ma anche alle reti private che facendo tv spazzatura (secondo le preferenze accertate della maggioranza del pubblico) hanno «costretto» anche la Rai a seguire la stessa strada per rimanere competitiva nel mercato sempre più succulento della pubblicità televisiva. Oggi le reti Rai, diventate nel frattempo tre, lottano selvaggiamente per accaparrarsi contratti pubblicitari, avendo abbandonato qualunque forma di rispetto per il telespettatore, che comunque continua a pagare senza battere ciglio il canone di abbonamento. Va detto tuttavia che la tv di Stato era clamorosamente in deficit, a causa di una conduzione manageriale approssimativa. Per risollevare le finanze della Rai fu chiamata Letizia Moratti, che per riuscire nell’intento non ha esitato a immolarsi sull’altare dell’audience. Se si continua a pagare il canone la qualità delle trasmissioni deve tornare a certi livelli, anche a dispetto dei contratti pubblicitari, perché la Rai non è un’azienda privata, ma rappresenta ufficialmente l’Italia televisiva e ha il dovere di conservare una matrice culturale minima che accontenti quella parte del pubblico (circa la metà) che non tollera i cruciverboni e Pippo Baudo. Usata con avvedutezza, la televisione potrebbe diventare un eccellente mezzo educativo per i giovani, ma ogni anno che passa dispero sempre più che si avvii un’inversione di tendenza.

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